mercoledì 23 aprile 2008

Parliamo di noi


siamo sommersi in un dilagante clima di disfacimento, ma reale, effettivo, la nostra sociètà è sempre più minacciata dal degrado, impressionante la situazione che ognuno di noi vive quotidianamente, sul posto di lavoro, all'università, a scuola, per la strada, ovunque segni di cedimento, la situazione è grave cari lettori, è triste aprire gli occhi e strofinarsi per vedere che quello che ci voglion far passare taluni signori politici è fumo negli occhi, non c'è progresso, non c'è ricerca, non c'è civilizzazione, non si cresce con le grandi opere se non si hanno le basi civili per farlo. Dunque mai più vandalismi e violenze, mai più tollerati! Mai più coabitare con la nostra immondizia, che continuiamo scriteriatamente a produrre senza sapere poi cosa farne, non si può sperare di contribuire al processo geologico costruendo colline artificiali di rifiuti, ma bisogna reimpiegare le risorse riutilizzabili. Mai più villaggi di gente accampata sulla riva del fiume, bacino effettivo purtroppo, prima che potenziale ,di violenza, principalmente proprio per chi ci vive dentro ed è indifeso. Pensiamo a dare un'opportunità seria a chi vuole emergere dall'ignoranza, non chiudiamo le strade achi non ha le spinte giuste, offriamo un futuro a chi lo merita, non lasciamo indifesi i più deboli, MAI PIU'!

domenica 20 aprile 2008

Problemi esistenziali

Cari lettori e care lettrici…stavo pensando a un concetto che più volte mi è stato esposto soprattutto nella prima giovinezza,quando ancora frequentavo il catechismo,ebbene la chiesa ci ha sempre detto che Dio ha donato a ognuno di noi un talento particolare al momento della nascita.Tutte le volte che la mia catechista,brava donna ma di poco impatto comunicativo,ci diceva questa cosa,ognuno riferiva ad alta voce il “suo” talento,qualcosa in cui era bravissimo e che gli riusciva meglio di qualunque altra.Io rimanevo sempre in silenzio,perché non c’era niente che sapessi fare meglio degli altri e la risposta consolatoria della catechista era quella che Dio voleva proprio che cercassimo il nostro talento;si vede che non fu troppo convincente,infatti da quel giorno non frequentai più la chiesa pur mantenendo una fede tutta personale.Questa introduzione non serve per parlarvi di me ma per aiutare tutti quelli o quelle che ancora non hanno trovato il proprio talento,io sono giunto alla conclusione che se non si ha un talento naturale o ancora non lo si è scovato nella propria indole,allora bisogna impegnarsi il doppio per riuscire a fare tutto senza annegare,e rimanere ben equilibrati nelle proprie capacità.L’ adattabilità di una persona alle circostanze,la costanza di provarci,e l’ostinazione di rimanere in gara nonostante non si abbia una dote particolare;la soddisfazione che si prova dopo è molteplice perché siamo riusciti scavando nella volontà e non nell’apatico “talento”.A volte le persone riescono a superare talmente tanto il loro limite che vengono scambiati per predestinati ,ma quelle sono le persone che si sono affidate solo al cuore e alla volontà per arrivare là dove non avrebbero mai pensato,o meglio,gli altri non avrebbero mai pensato di vederli dal basso, ma loro erano convinti di potercela fare.Ora mi vorrei rivolgere al mondo della scuola e a chi la gestisce,a volte si pretende dai ragazzi un qualcosa che andrebbe prima trasmesso e poi richiesto , questo è l’errore più grave che può fare un professore o un maestro che sia……Mao Tze Tung diceva “Per aiutare un uomo che ha fame,non dargli il pesce….ma insegnagli a pescare”.
Alla fine di questo percorso psicologico credo che qualcuno di voi avrà capito che il talento a cui si riferiva la chiesa,non è una dote frivola o una capacità speciale,ma talento è un altro modo di dire Vita…..tutti abbiamo una vita da giocarci e che magari è solo un brivido che vola via,come direbbe vasco(voto 9),per questo va rispettata e coltivata con convinzione e tenacia ….questi sono valori per godere la nostra personale “vita-talento” che dir si voglia. Mauro Giacometti

giovedì 17 aprile 2008

Giordano Bruno: filosofo incompreso

Vittima della tirannide sacerdotale, martire del libero pensiero, frate dubbioso sulla verità del cristianesimo, filosofo dell’infinito, amante della natura e della libertà: tutto questo era Giordano Bruno. Vissuto nel 1500 Bruno ebbe la sfortuna di nascere nell’epoca sbagliata, quella in cui la Chiesa imponeva agli uomini i dogmi del Cristianesimo.
Ci è descritto come un personaggio buffo, un “piccolo uomo dalla nera barbetta”, dal carattere “restio e bizzarro”, un genio che sapeva essere rispettoso verso chi lo rispettava e collerico verso chi lo disdegnava. Dotato di un’intelligenza acuta e vivace insegnò a Parigi, ad Oxford e in Germania, ottenendo presto l’ammirazione del re Enrico III di Francia e della regina Elisabetta I d’Inghilterra.
Già a 18 anni iniziò a dubitare del Cristianesimo ponendosi in contrasto con gli ecclesiastici che definiva nell’Oratio Valedictoria come “quegli uomini stolti e ignobilissimi che non riconoscono nobiltà se non dove splende l'oro, tintinna l'argento, e il favore di persone loro simili tripudia e applaude”. Bruno ebbe la sola colpa di saper pensare e filosofare al di fuori dei dogmi e di ogni vincolo del pensiero e d’aver comunicato agli uomini accecati dall’ignoranza il sapere a cui era giunto. Per quest’indecoroso motivo, fu denunciato dal patrizio che lo aveva ospitato, arrestato dall’Inquisizione di Venezia, trasferito a Roma e messo in carcere per sette anni. Egli credeva fermamente nell’importanza della religione come guida per la condotta pratica “per l’istituzione di rozzi popoli che dènno esser governati”, guida per chi non sa elevarsi e trascendere con la filosofia. Da un punto di vista di valori condannò improrogabilmente la religione quale insieme di superstizioni opposte alla ragione e alla natura. Rispetto alle affermazioni della Chiesa dell’epoca, per Giordano Bruno natura e divinità non sono due cose distinte e contrarie ma hanno lo stesso fine, la filosofia e la magia non sono pazzie ma scienze. Coerente come pochi con i suoi ideali, egli s’indigna di fronte alle affermazioni illusorie della Chiesa che vuol far sembrare da vigliacchi ogni atto eroico e s’impegna nel far apparire l’ignoranza come la più bella scienza del mondo. Tuttavia, Bruno crede nella religione della natura alla quale si sono sempre dedicati i filosofi, maghi e teologi.
Per uno come lui, che amava studiare dalla vita più che dai libri, il carcere fu una tortura dell’animo che lo schierò maggiormente contro di chi credeva che la cultura si apprendesse solo dallo studio mnemonico di pagine e pagine di vecchi appunti.
Questo amore folle per la vita si rifletteva anche nella sua visione panteistica del mondo; tutto è vita, c’è vita nell’Universo come in ogni sua piccola particella che lo compone. Dio è in ogni cosa della Natura, Dio è ovunque, è immanente al mondo. Dio è Mens super omnia (Mente al di sopra di tutto) e Mens insita omnibus (Mente presente in tutte le cose). Dio è infinito e come tale si manifesta in infiniti modi.
Giordano era un uomo che credeva negli uomini, capaci di giungere con l’intelletto a Dio, capaci di elevarsi all’infinito, seppur consapevoli della loro finitudine. «Ricordatevi, Signora, di quel che credo non bisogna insegnarvi: Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo. Con questa filosofia l'animo mi s'aggrandisce, e me si magnifica l'intelletto. Però qualunque sii il punto di questa sera ch'aspetto, si la mutazione è vera, io che sono ne la notte, aspetto il giorno, e 'quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch'è, o è qua o là, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi. Godete dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v'ama» scriveva Bruno alla signora Morgana.
Bruno fu uno di quegli uomini troppo avanti col pensiero per essere compreso nella sua epoca e non gli fu concesso neanche molto spazio nei libri scolastici, in realtà, ebbe un ruolo notevole nell’evoluzione. Smontò la teoria geocentrica della Chiesa, a favore di quella eliocentrica, ancor prima di Copernico. Johann W. Goethe lo prese come modello per la sua opera principale, il Faust. Trilussa in seguito scrisse una poesia in onore di Giordano Bruno e del libero pensiero. Giordano Bruno era un uomo che “visse ciò che pensò e pensò ciò che visse” come ha scritto Anacleto Verrecchia.Era un uomo dotato di grande sensibilità e coraggio, uno che non solo parlava, ma agiva e ne pagava le conseguenze. Il 17 febbraio del 1600 veniva bruciato vivo al “rogo dell’ingiustizia” a Campo dei Fiori a Roma perché non era sceso a patti, perché aveva rispettato il suo pensiero e i suoi ideali, aveva rispettato se stesso. Prima di morire pronunciò una frase che scosse le coscienze dei preti: « Avete più paura voi nel giudicarmi, che io nel ricevere la condanna».

martedì 15 aprile 2008

LA RICERCA DELLA FELICITA'

Ogni volta che nel corso della vita ho sentito il bisogno di scrivere,ho provato una sensazione di incompletezza,di mancanza,di imperfezione,dovuta alla convinzione che ciò che avessi scritto non avrebbe mai espresso perfettamente ciò che avrei voluto esprimere.
Allo stesso modo credete che si possa racchiudere il più grande scopo della nostra mortale esistenza in una parola di otto lettere?
La felicità non è qualcosa che si può spiegare tra i banchi di scuola,non la si può capire dalla dicitura di un vocabolario o dal racconto di qualcuno che l’ha provata,la felicità è quella dolce sensazione di benessere che quando arriva te ne accorgi.
La gioia di un attimo,il conforto di un amico,la nascita di un bambino,il sorgere del sole che annuncia il nuovo giorno.. spesso ci rendiamo conto che la felicità si nutre dei piccoli eventi positivi che accadono attorno a noi.
Il genere umano non sempre sa riconoscere la vera gioia, per lo più confonde la felicità con la comodità,come,ad esempio,i soldi i quali indubbiamente aiutano a vivere agiatamente e senza grandi preoccupazioni ma non sono assolutamente sinonimo di felicità. Quest’ ultima e la disponibilità economica possono convivere e dunque essere presenti entrambe ma non è uno scontato connubio da sottintendere.
Una buona famiglia,un’ottima educazione,una brillante carriera,una salute di ferro,un matrimonio felice,ottenere il rispetto dagli altri,possedere una casa e abbastanza denaro. Tutte immagini a cui di solito si pensa quando si dice la magica parola”felicità”.
Vi invito a soffermarvi,non tanto sul mero vocabolo ma sull’accezione più originaria della gioia,non sulla cruda definizione,che sminuirebbe del resto la sua importanza nella vita,ma su ciò che al vostro singolo caso fornisce gioia.
La vostra gioia può essere un sogno che smette di esserlo per potersi concretizzare,può essere la saggezza,la poesia,il canto,il lasciarvi cullare dal cinguettio degli uccelli a primavera,può essere qualcuno senza il quale la vostra vita non sarebbe la stessa.
E’ importante capire in cosa risiede la vostra felicità oppure scoprire attraverso un lungo viaggio nel profondo del vostro cuore cosa potrebbe farvi volare verso di lei.
Altrimenti come si può raggiungere la gioia e trattenerla con voi senza sapere cosa o chi vi fa gioire?
La ricerca della felicità è la base e il fondamento di ogni nostra azione,ci impegniamo,facciamo ciò che eviteremmo volentieri di fare sempre con il fine futuro della contentezza,per conquistare quella sensazione di allegria,piacere,delizia,appagamento,beatitudine,estasi,completezza,pienezza e soddisfazione di sé.
L’incapacità di essere felici è la mancanza di amore in tutte le sue forme,è l’assenza di fantasia,l’ignoranza dell’arte del saper vivere. La tristezza che ne deriva porta alla solitudine,al chiudersi in se stessi,all’esplodere di tragedie e alla triste e falsa credenza che la felicità non esista. Di fatto la gioia non può non esistere perchè se davvero non esistesse nessuno di noi in questo momento potrebbe pensarla.
La beatitudine,intesa come felicità,è strettamente connessa alla religione. Perchè ci avviciniamo a Dio e lo cerchiamo costantemente in ogni elemento naturale e trascendentale?
Perchè crediamo che Dio -e non parlo del Dio cristiano ma di qualsiasi essere o forza superiore in cui crediate- possa essere la chiave della nostra gioia eterna. Per quanto concerne il Cristianesimo colui che sia in grado di donarci la pace dell’anima.
Le persone anziane,generalmente,tendono a ricordare momenti di felicità appartenenti al passato,a quando da bambini giocavano allegri e spensierati,ma,questa aspirazione del genere umano non è una peculiarità dei giovani. Una persona anziana può essere mille volte più felice di un adolescente poiché la felicità è qualcosa di effimero quanto immenso che sfugge al tempo e che non guarda in faccia nessuno.
Ora mi torna in mente l’immagine del volto di un bambino famoso quanto sconosciuto,appariva in tv per mostrarci la sua povertà,viveva in uno dei paesi del Terzo mondo,di quel mondo che è lo stesso in cui anche noi viviamo ma che è nettamente distinto dal nostro anche per come è chiamato. Ogni volta che il mio sguardo si perdeva nei suoi occhi immensi mi si lacerava il cuore e mi stupivo di come quegli occhi cosi grandi appartenessero ad un essere cosi piccolo. Ma la cosa che rendeva la mia costante ricerca della felicità cosi futile e poco importante era notare il sorriso sincero e tenero di quel bambino. Questo per ricordare che la felicità può essere intesa in modi diversi da ognuno e che, paradossalmente, a volte, coloro che non hanno niente, sono più sinceramente felici di quelli che hanno tutto,i quali ormai non hanno più nulla da desiderare e nulla in cui sperare. Ylenia Mocci

sabato 12 aprile 2008


Da: Jack London “La lotta per la vita” i più bei racconti

Alla fine fu Otoo a salvarmi la vita: mi ritrovai sulla spiaggia a sei metri dall’acqua, sotto due foglie di cocco che mi riparavano dal sole. Nessuno all’infuori di Otoo avrebbe potuto trascinarmi lì e sistemare le foglie in modo che mi facessero ombra. Lui era disteso accanto a me. Persi di nuovo i sensi, e quando mi svegliai nella notte fresca e stellata, Otoo premeva contro le mie labbra una noce di cocco per farmi bere.
Eravamo gli unici superstiti della Petite Jeanne. […] Otoo e io vivemmo con gli indigeni dell’atollo per una settimana, poi fummo raccolti da un incrociatore francese e portati a Tahiti. Nel frattempo, però, avevamo effettuato la cerimonia dello scambio dei nomi. Nei Mari del Sud questa cerimonia crea tra due uomini un legame più saldo di quelli di sangue. Era stata una mia idea, e Otoo accolse la proposta con infinito piacere..
«E’ una buona cosa» disse in tahitiano «poiché per due giorni siamo stati compagni sulle labbra della Morte».
«La Morte balbettava» osservai sorridendo.
«Ma la vostra è stata un’azione coraggiosa, padrone» replicò «e la Morte non è stata abbastanza ignobile da parlare».
«Perché mi chiami “padrone”?» domandai mostrandomi offeso.
«Ci siamo scambiati i nomi; io per te sono Otoo, tu per me sei Charley. E fra noi due, per sempre, tu sarai Charley e io sarò Otoo. Così vuole l’usanza. E quando moriremo, se è vero che continueremo a vivere da qualche parte al di là del cielo e delle stelle, tu per me sarai ancora Charley, e per te io sarò Otoo»..
«Sì, padrone» rispose, con gli occhi luminosi e lucidi di gioia.
«Di nuovo!» esclamai indignato.
«Cosa conta quel che le mie labbra pronunciano?» si difese.
«Sono solo le mie labbra. Io penserò sempre a voi come Otoo; ogni volta che penserò a me stesso, penserò a voi. E al di là del cielo e delle stelle, per l’eternità, voi sarete Otoo. Va bene, padrone?».
Trattenni un sorriso e dissi che andava bene.
[…]
Non ho avuto fratelli; ma da quanto ho potuto vedere dei fratelli degli altri, dubito che qualcuno abbia mai avuto un fratello che fosse per lui ciò che Otoo fu per me. Otoo mi fu fratello, padre e madre allo stesso tempo. E ora lo so per certo: grazie a lui sono diventato un uomo più onesto, un uomo migliore. M’importava poco degli altri, ma non volevo deludere Otoo. Era per lui che non osavo macchiare il mio onore. Aveva fatto di me il suo ideale, creandosi un’immagine di me basata, temo, principalmente sul suo amore e sulla sua adorazione. Ci furono momenti in cui mi ritrovai a un passo dall’inferno, e ci sarei precipitato dentro se il pensiero di Otoo non mi avesse trattenuto. La sua ammirazione mi penetrò nell’animo, finchè non fare nulla che potesse intaccare la sua stima divenne una delle regole principali del mio codice morale.
Naturalmente non capii subito quali fossero i suoi sentimenti. Non faceva mai una critica, nemmeno un rimprovero, e solo poco per volta mi resi conto della sconfinata venerazione che nutriva per me, e del male che gli avrei fatto comportandomi in modo appena inferiore alle mie migliori possibilità.
[…]
Ero stremato, e persi ogni speranza. La goletta distava ancora una cinquantina di metri. Con la faccia nell’acqua, guardavo lo squalo prepararsi a un altro attacco, quando vidi un corpo bruno passare in mezzo a noi. Era Otoo.
«Nuotate verso la goletta, padrone!» disse in tono allegro, come se si trattasse di un gioco. «Conosco gli squali. Lo squalo è mio fratello».
[…]
Quando la goletta fu a meno di dieci metri di distanza, ero ormai al limite delle forze. Riuscivo a malapena a muovermi. Dalla nave continuavano a lanciarci delle gomene, che però non arrivavano mai fino a noi. Lo squalo, accortosi che non correva alcun pericolo, si era fatto più audace. Diverse volte fu sul punto di afferrarmi, ma ogni volta Otoo interveniva proprio un attimo prima che fosse troppo tardi. Naturalmente Otoo avrebbe potuto mettersi in salvo in qualunque momento, e invece mi restò accanto.
«Addio Charley! E’ finita!» riuscii a malapena a sussurrare.
Sapevo che era giunta la fine e che l’attimo dopo avrei sollevato le braccia verso l’alto e sarei stato risucchiato sott’acqua.
Ma Otoo mi rise in faccia dicendo: « Vi mostrerò un nuovo trucco. Farò venire un malanno a quello squalo!».
S’immerse dietro di me, proprio nel punto in cui lo squalo si preparava ad aggredirmi.
[…]
Cambiai direzione, muovendomi alla cieca, ero ormai in uno stato di semincoscienza. Non appena la mia mano si chiuse sulla fune, udii un grido da bordo. Mi voltai a guardare. Non c’era segno di Otoo. L’istante successivo affiorò alla superficie. Entrambe le mani erano state troncate dal polso, e i moncherini sprizzavano sangue.
«Otoo!» chiamò piano. E nei suoi occhi vidi riflesso l’affetto che gli tremava nella voce.
Allora, e solo allora, alla fine di tutti gli anni trascorsi insieme, mi chiamò con quel nome.
«Addio, Otoo!» gridò.
Poi fu tirato sott’acqua, mentr io fui fissato a bordo, dove svenni fra le braccia del capitano.
E così scomparve Otoo, che mi aveva salvato e aveva fatto di me un uomo, e che alla fine ancora una volta mi salvò. Ci eravamo incontrati nelle fauci di un uragano e fummo separati dalle braccia di uno squalo, dopo diciassette anni di amicizia quale credo non si sia mai vista fra un nero e un bianco. Se esiste un Dio che, dall’alto dei cieli, osserva ogni passero che cade, non ultimo nel suo regno sarà Otoo, l’unico pagano di Borabora.


(Grazie a chi ha con gran sensibilità suggerito questo testo)

venerdì 11 aprile 2008

CHE BUFALA!


é notizia di poche ore fa che il programma di controllo sulle aziende produttrici di mozzarelle in Campania ha riportato esito positivo per il 75% dei campioni esaminati e per gli altri si stanno svolgendo ulteriori controlli per verificare l'effettivo rischio diossina all'interno dei latticini. Non v'è dubbio che questa faccenda influisca negativamente sull'immagine della Campania e dell'Italia tutta; agli occhi di uno straniero Torino è vicino a Bari o quasi, dunque il problema immondizia si riversa sui portafogli votati al turismo, o meglio riempiti dal turismo...ma forse meglio ancora svuotati, visti i tempi che corrono, di tutta Italia . Pare siano soddisfatti a Bruxelles di come si stia reagendo al problema in sede di Ministero della Sanità, ma senza dubbio ciò continua a preoccupare chi si sente minacciato, perchè allora presto si potrebbe avere anche la paura di mangiare una pizza margherita, e allora oltre agli scaffali dei supermarket, si svuoterebbero le pizzerie e via dicendo... Bisogna intervenire, presto e subito, è sopratutto un fatto economico, ma non si può tralasciare l'elemento immagine all'estero, dunque tra tante chiacchiere, per chi governerà dopo le elezioni, diamoci da fare, non affossate il già basso morale pubblico, non svuotate le tasche, ma risolvete i problemi, quelli veri!

mercoledì 9 aprile 2008


LA TRAGEDIA DI GRAVINA DI PUGLIA

Salvatore e Francesco Pappalardi sono spariti da Gravina quasi 2 anni fa e nessuno li aveva più ritrovati fino al 25 febbraio scorso,quando la caduta accidentale di un bambino in un vecchio pozzo fece ritrovare agli speleologi i due corpicini ormai mummificati.
Ciccio e Tore erano due bambini che venivano da un’infanzia difficile,i genitori separati che litigavano fra loro,un padre violento che incuteva un timore profondo .Quella di questi fratellini è una favola spezzata,il sogno di una rivincita per loro che è rimasto chiuso nel cassetto del “poteva essere”;tutti sognavano per loro un’altra vita lontano dai problemi,magari da grandi sarebbero tornati da vincitori in quel piccolo paese sulle rocce pugliesi.
Tra queste asperità la polizia effettuava le ricerche non sapendo che i due poveri bambini erano ormai da 2 giorni dentro quel maledetto pozzo senza mangiare e senza bere,al freddo….sperando di poter risalire e magari cambiare tutto,riabbracciare quella mamma e quel papà che avevano odiato fino al giorno prima ma che in quei momenti avrebbero abbracciato come se fossero i migliori genitori al mondo.Oggi si sono celebrate le esequie di Francesco e Salvatore, il parroco ha detto che tutti sono responsabili all’interno del paese di Gravina della loro fine orrenda,quando un bambino sta male,si sente a disagio e vuole evadere dalla realtà così deludente della pre adolescenza andrebbe abbracciato,gli si deve trasmettere l’affetto di cui ha diritto, quell’affetto che poi da grande raramente ritroverà .Non è giusto che un bambino venga sobbarcato di dolori da adulti,perché un adulto può farcela a risalire ma un bambino soffre e viene schiacciato dal mondo,Ciccio e Tore meritavano una rivincita nella roulette della vita,meritavano più attenzioni e incoraggiamenti…….nel pozzo magari avranno pensato di aver sbagliato qualcosa ma NULLA può giustificare un’infanzia rubata. Scrivendo questo pezzo ho provato un groppo al cuore e sono convinto che anche voi non rimarrete indifferenti di fronte a questa storia di vite troppo giovani per essere spezzate e vissute così,di felicità scippata e sicuramente restituita adesso,da chi è più bravo di noi nel dare quel che è giusto dare a un bambino….. Mauro Giacometti (in foto luogo del ritrovamento ANSA)